Architettura e Design - Costruire il Costruito. La dimensione poetica delle differenze

Architettura e Design - Costruire il Costruito. La dimensione poetica delle differenze

di Paolo Belardi

La dimensione poetica delle differenze

Se è vero che progettare in modo sostenibile significa prima di tutto evitare di sprecare inutilmente le risorse ambientali e governare virtuosamente il riciclo dei resti, è legittimo affermare che i complessi più sostenibili della storia dell’architettura sono proprio i centri
storici italiani, che sono cresciuti su se stessi valorizzando la dimensione poetica delle differenze in quanto ogni singola pietra, ogni singolo mattone, ogni singolo capitello non è stato smaltito in una qualche discarica di periferia, ma è stato recuperato, reinventato e
riutilizzato per costruire sul costruito. Minimizzando il consumo del suolo e sovrapponendo nuovi significati ai vecchi significati. Così come suggellato dallo sfondo del San Sebastiano di Andrea Mantegna, dove i fornici di un acquedotto diventano delle botteghe artigiane.
Vengono in mente il battistero di San Giovanni a Firenze, decorato con lastre marmoree prelevate da monumenti ancora più antichi, e la piazza dell’Anfiteatro a Lucca, memoria topografica di un pezzo della città romana. Ma, più ancora, vengono in mente il tempio
Malatestiano a Rimini, che ha inglobato la chiesa gotica di San Francesco, e il sacello del Santo Sepolcro a Firenze, eretto all’interno della Cappella Rucellai. Perché la sostenibilità, per noi che siamo figli di Leon Battista Alberti, non è un mito, ma, così come acclarato dagli innesti collazionati da Cino Zucchi in occasione della curatela del Padiglione Italia nell’ambito della XIV Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, è parte della nostra quotidianità. Intorno all’esistente e dentro all’esistente.

Costruire intorno all’esistente

Costruire intorno all’esistente significa inglobare il vecchio nel nuovo, adottando una strategia progettuale analoga alla tecnica letteraria della sovrascrittura su un testo esistente. In tale ambito si inseriscono il settecentesco Duomo di Siracusa, che incorpora il più importante tra i templi dell’antica polis greca, o la chiesetta della Porziuncola a Santa Maria degli Angeli (Assisi), inglobata in forma di reliquia con una magniloquente teca muraria da Galeazzo Alessi nel XVI secolo. Così come, in epoca recente, è suggerito dalla sperimentazione razionalista di Piero Bottoni nell’intervento di casa Muggia a Imola, in cui un casino di caccia del Settecento è custodito da uno scrigno razionalista. Ma anche dalle successive esperienze teorico-radicali degli anni Sessanta portate alla ribalta dal gruppo Archizoom, a esempio nel concorso per la Fortezza da Basso a Firenze in cui viene proposto che la stessa sia avvolta da un contenitore di tipo industriale alla scala urbana.
Stando a questo approccio, in opposizione al teorema della tabula rasa, un nuovo livello esterno ingloba gli oggetti rinvenuti nel luogo e assurge a pretesto di un gesto progettuale capace di reinterpretare il sistema esistente. Allo stesso tempo la strategia consente di migliorarne la fruibilità attraverso il controllo del microclima e la protezione dagli agenti atmosferici (con sensibili risparmi energetici per gli ambienti che insistono sugli spazi coperti) oltre che garantendo il benessere dei fruitori stanziali e occasionali mediante la stabilizzazione delle temperature percepite. In questi casi l’efficienza energetica dovuta alla presenza del nuovo involucro è determinata dalla capacità di reagire in maniera flessibile alla variabilità delle condizioni ambientali, minimizzando le dispersioni termiche nel periodo invernale e limitando l’innalzamento della temperatura in quello estivo, con il conseguente miglioramento del comfort abitativo e della qualità ambientale senza l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Così come consente il restyling dei tanti edifici in disuso che punteggiano in modo capillare il territorio italiano. Proprio come nel caso di un’operazione sartoriale, la nuova veste, oltre a garantire l’efficientamento energetico, contribuisce anche a innalzare il livello estetico, riscattando lo squallore figurativo delle smisurate periferie che assediano i centri storici italiani

Costruire dentro l’esistente

Costruire dentro l’esistente significa introdurre il nuovo nel vecchio, praticando la strategia progettuale della “scatola nella scatola” che, peraltro, in Italia fa parte della sperimentazione tipologico-compositiva dei progettisti più attenti tanto del passato quanto del presente. In tale ambito s’inseriscono il baldacchino di San Pietro a Roma, introdotto nel cuore della basilica vaticana da Gian Lorenzo Bernini nel XVII secolo, o la grande chiesa a pianta centrale cupolata pensata da Carlo Fontana per essere costruita all’interno del Colosseo. Così come, in epoca recente, è esemplificato dal progetto di Vittorio De Feo per il polo dei servizi portuali a Venezia, concepito come virtuosismo di ebanisteria ovvero come modello ligneo al vero protetto dalla teca muraria della chiesa trecentesca di Santa Marta di cui rende espliciti lo spessore storico e la carica espressiva. Ma anche dal progetto di Andrea Oliva per il nuovo polo per la ricerca industriale di Reggio Emilia in cui il complesso di fabbricati industriali dei primi del Novecento che ospitavano le ex Officine Meccaniche, fino a pochi anni fa in completo disuso, viene recuperato mediante una via interna in cui la struttura esistente misura e scandisce lo spazio e su cui si affacciano una serie di box in legno che accolgono le nuove funzioni distribuite su due livelli. Stando a questo approccio, l’eredità architettonica diviene memoria identitaria del luogo e dei cittadini che lo vivono. Allo stesso tempo l’involucro esistente, caso per caso eletto o ridotto a pelle protettiva, custodisce la nuova realizzazione, assurgendo a massa muraria perimetrale che da un lato innesca un’insolita sinergia intrusiva proprio perché priva di qualsiasi contatto fisico e dall’altro garantisce non solo efficienza energetica e standard di comfort ambientale elevati, ma anche una consistente riduzione dei costi di costruzione.
Proprio come nel caso di un’operazione chirurgica, l’invisibilità della protesi e/o del bypass dall’esterno consente un approccio non mimetico anche negli interventi di restauro delle tante architetture di pregio che punteggiano le città italiane. Laddove, diversamente, i vincoli imposti dalle soprintendenze impedirebbero un’espressione figurativa pienamente contemporanea.

L’idea di sostenibilità è made in Italy

Proprio perché è parte integrante del DNA delle nostre città storiche, l’idea di sostenibilità è profondamente made in Italy. Anche se noi italiani siamo i primi a non averne piena consapevolezza. Forse perché, sfogliando le pagine patinate delle riviste di architettura e i link più seducenti della rete, sembra quasi che la leggerezza, l’immaterialità e la trasparenza esauriscano in sé il concetto di sostenibilità. Così come sembra che un edificio tappezzato con vetrate scintillanti e farcito con pannelli fotovoltaici sia necessariamente più sostenibile di un edificio rivestito in pietra da taglio e orientato in modo intelligente. Ma la storia dell’architettura italiana dimostra l’esatto contrario.

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